Test e indagini psicologiche

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Spesso nella mia pratica clinica, in particolare nei primi colloqui, mi capita di far fare ai miei pazienti dei test. A volte somministro dei test in cui “devono mettere delle crocette” a delle affermazioni (attribuendo un grado di accordo/disaccordo assegnando un valore numerico o un “vero/falso”) oppure chiedo loro di fare dei disegni. I test che somministro in ambito clinico, senza che ci sia una esplicita richiesta da parte del paziente come nel caso di relazioni o certificati diagnostici clinici a fini giuridici, hanno lo scopo di approfondire la conoscenza del paziente. In altre parole, sono degli strumenti che mi aiutano a capire meglio alcuni aspetti della persona che ho di fronte e quindi mi danno più idee su come muovermi nella relazione terapeutica e sul trattamento, supportandomi “nell’imbastitura” del percorso di trattamento più funzionale.

Fino a circa metà ‘800 la psicologia si basava su un approccio di tipo osservativo e descrittivo. Solo qualche decennio dopo (fine ‘800, inizi ‘900) si è aggiunto un approccio più rigoroso, a carattere scientifico e sperimentale. Sono stati introdotti, infatti, i primi test e le prime prove strutturate, standardizzate, replicabili e quindi confrontabili che permettevano di avere una “misura” oggettiva dei fattori psicologici e psicopatologici di interesse non solo per la ricerca, ma anche per la pratica clinica. L’idea che c’è alla base è che ci sia una relazione causa-effetto tra il tipo di risposta che viene fornita dalla persona al test e la presenza di determinate caratteristiche psichiche. E’ importante però sottolineare che non si può fare cieco e rigido riferimento ai risultati del test: essi devono essere considerati come approfondimenti e come indicazioni (quantitative e misurate) di determinati tratti o sintomi, i quali devono essere soprattutto indagati in sede di colloquio, con l’osservazione clinica e la raccolta anamnestica. Proprio per questo motivo i risultati dei test non fanno di per sé diagnosi; piuttosto essi sono approfondimenti richiesti alla luce di un’ipotesi diagnostica formulata da un clinico in base a ciò che rileva ed osserva del paziente!

Le indagini psicologiche psicometriche

Fanno parte degli strumenti di indagine psicologica i test, i questionari di raccolta dati, le interviste strutturate (o semi strutturate) e, naturalmente, il colloquio stesso.

Verranno di seguito descritti brevemente alcuni di questi strumenti che si possono incontrare nello studio dello psicologo.

Interviste strutturate e semistrutturate

L’intervista strutturata è una forma particolare di colloquio che segue un elenco predefinito di domande che vengono poste, seguendo un ordine preciso, al paziente e per le quali ci si attende una risposta precisa. Nell’intervista semi-strutturata invece le domande possono essere somministrate in ordine sparso e l’intervistatore può decidere di non somministrarne alcune. Questo permette una osservazione non solo quantitativa (come nel caso delle strutturate) ma anche qualitativa, cioè legata alla modalità di interazione, espressione, tempi, etc.

Un esempio di questa intervista è la Adult Attachment Interview (AAI) (George et al., 1987). La AAI è un’intervista semistrutturata che valuta il benessere mentale di un adulto in rapporto all’attaccamento con le figure di attaccamento principali dell’infanzia (p.es. i genitori). L’intervista pone particolare attenzione alle eventuali separazioni significative, alle perdite e alle esperienze di abuso. Per fare ciò viene chiesto alla persona di fornire sia delle descrizioni generali di queste relazioni significative, sia di specificare particolari ricordi che sostengano o contraddicano queste descrizioni. In questa intervista viene posta molta attenzione: 1) al modo in cui la persona descrive le relazioni (in chiave adulta), 2) riflette sulle varie esperienze che racconta e 3) sugli effetti che queste esperienze hanno sul funzionamento di vita attuale.

Valutazione psicopatologica generale e valutazione di dimensioni psicopatologiche specifiche

Oltre alle interviste semistrutturate e strutturate, esistono questionari o scale più maneggevoli e di facile somministrazione utilizzati per la valutazione di caratteristiche psicopatologiche. Questi questionari o scale possono essere somministrati in modalità di autovalutazione (self rating scale) oppure in modalità di eterovalutazione (rating scale). Nei test autosomministrati la persona risponde direttamente alle domande, mentre in quelli in eterovalutazione la persona risponde delle domande poste da un operatore esterno.

Alcuni test prevedono risposte sì/no o vero/falso mentre altri permettono di rispondere, scegliendo la risposta che si ritiene più adatta, su una scala a diversi livelli di entità, proponendo una gamma di alternative a valore numerico oppure a valori descrittivi come p. es., molto, abbastanza, poco, ecc..

Alcune scale di valutazione sono somministrate per indagare caratteristiche psicopatologiche o di personalità generali. Altre scale possono indagare una sola variabile specifica, come, ad esempio, un determinato tratto di personalità, un comportamento, un sintomo o una patologia specifica.

Questi test, in particolare quelli che valutano caratteristiche specifiche, possono essere assegnati più volte nel tempo: possono cioè essere somministrati 1) all’inizio di un percorso psicoterapeutico o di un trattamento così da avere un quadro iniziale; 2) durante il percorso di trattamento stesso per una valutazione dell’andamento della terapia; 3) alla fine di un percorso terapeutico per avere un valore numerico/standardizzato descrittivo del risultato ottenuto.

Test per la valutazione di caratteristiche psicopatologiche generali

Tra i test per la valutazione più ad ampio spettro si trovano il Minnesota Multiphasic Personality Inventory-2 (MMPI-2) (Butcher et al., 1989) e il Cognitive Behavioural Assessment 2-0 (CBA-2.0) (Sanavio et al., 1997).

L’MMPI-2 è una dei più noti test “ad ampio spettro” ed è composto da 657 items a cui la persona deve rispondere “vero o falso” a seconda che l’affermazione presentata sia per lei prevalentemente vera o prevalentemente falsa. I punteggi ottenuti riardano diverse scale: scale di controllo, scale di contenuto e scale supplementari; esse permettono di ricavare un profilo della personalità della persona e dei suoi aspetti psicopatologici.

Un punto di forza di questo test riguarda proprio le scale di controllo: queste infatti permettono di rilevare se la persona sta simulando o dissimulato ovvero se sta facendo finta di avere un disturbo oppure se sta facendo finta di non averlo o se lo sta minimizzando. Oltre alle scale di controllo il test prevede scale cliniche di base e scale cliniche supplementari. Le prime permettono di osservare le diverse aree patologiche della persona come l’isteria, la depressione, l’ipocondria, la mania, ecc.. Le scale supplementari, invece, esplorano alcune aree che riguardano la tossicodipendenza, il disagio coniugale, l’ostilità, ecc.

La CBA-2.0 è un batteria di assessment ad indirizzo cognitivo che permette una valutazione multidimensionale ad ampio raggio costituita da 10 schede. La CBA-2.0 prevede una analisi “gerarchica”: le scale primarie rilevano eventuali problemi che andranno in seguito approfonditi tramite scale secondarie più specifiche. Le schede valutano: la storia personale e clinica della persona (es. famiglia, storia scolastica ed educativa, relazioni, stato di salute, sonno ecc..); ansia; alcune dimensioni di personalità (es. introversione-estroversione, disadattamento, ecc..); stress; paure; sintomi depressivi; ossessioni e compulsioni.

Test per la valutazione di caratteristiche psicopatologiche specifiche

Tra i test per la valutazione specifica si trovano i test per la valutazione dell’ansia, della depressione, dei disturbi del comportamento alimentare, dei disturbi del sonno e molti altri aspetti psicopatologici specifici.

Tra i test per la valutazione dell’ansia uno dei più utilizzati è lo State-Trait Anxiety Inventory – Forma Y (STAY-Y) (Spielberger et al. 1983). Si tratta di un questionario formato da 40 items, ai quali la persona deve rispondere in termini di intensità su una scala a 4 punti (da “quasi mai” a “quasi sempre”); punteggi più alti indicano maggiore ansia. Questi items valutano l’ansia di stato e l’ansia tratto. L’ansia di stato può essere definita come un forte stato di attivazione o paura indotta da diverse situazioni percepite come pericolose. Si tratta quindi di un’ansia più temporanea in quanto è legata maggiormente a come si sente una persona nel momento in cui percepisce una minaccia ed è considerata temporanea.  L’ansia di tratto, invece, può essere definita come uno stato di attivazione e allerta costante che si sperimenta quotidianamente, anche in situazioni tipiche e legate alla vita di tutti i giorni.

Tra i test per la valutazione della depressione due strumenti che vengono spesso utilizzati sono il Beck Depression Inventory-II (BDI-II) (Beck et al., 1961) e l’Hamilton Depression Rating Scale (HDRS) (Hamilton, 1960). Il BDI è un test composto da 21 item che restituisce un punteggio totale che coinvolge sia l’area somatico-affettiva (p.es. modificazioni del sonno, perdita di interessi, etc.) che cognitiva (p.es. pessimismo, autocritica, etc.). Ad ogni item viene assegnato un valore da 0 a 3 ed il punteggio totale indica la gravità della depressione.

La HDRS è una scala anch’essa composta da 21 item che prevedono un punteggio che va da 0 a 4 e fa riferimento a sei fattori: ansia e somatizzazione, perdita di peso, disturbi cognitivi, variazioni della sintomatologia nell’arco della giornata, rallentamento, disturbi del sonno. Questa scala risulta particolarmente adatta per le forme di depressione grave e per valutare la pervasività della sintomatologia.

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